Il lampadario di cristallo proiettava una luce fredda sul marmo del salone, mentre le note di un valzer lontano si mescolavano al sussurro elettrico della folla. Elena, avvolta in un abito rosso che sembrava una ferita aperta, teneva stretto il suo calice di champagne. Di fronte a lei, la contessa Clara osservava la scena con un misto di disprezzo e amara nostalgia.
«Credi davvero di poter competere con me?» mormorò Clara, il tono venato di un’arroganza che gli anni non erano riusciti a scalfire. «Dovresti accettare che il tuo tempo è finito, cara. Certi uomini appartengono solo alle donne che sanno come tenerli.»
Elena sentì il gelo correrle lungo la schiena, ma non abbassò lo sguardo. Il suo abito bianco, dalle linee pure e impeccabili, sembrava un’armatura. «Competere?» ripeté lei, con un sorriso che non raggiungeva gli occhi, ma che feriva come una lama. «Io non competo per uomini che si lasciano portare via come trofei di poco conto. Tieni pure il tuo, Clara. Io scelgo di mantenere la mia dignità.»
Il silenzio che seguì fu assordante. Elena si voltò, lasciando la contessa sola con il suo trionfo vuoto e le sue certezze sgretolate. Mentre si allontanava, il riverbero della sua voce sembrò riecheggiare nell’enorme sala: «E a proposito, cara suocera, perché non occuparsi dei problemi in casa propria invece di cercare di risolvere i miei?»
In quel momento, la contessa comprese la sua sconfitta. Non aveva perso una rivale, ma il rispetto di chi le stava attorno. Elena camminava a testa alta, consapevole che la vera vittoria non stava nel possedere un uomo, ma nel sapere quando smettere di combattere per chi non ne valeva la pena. La serata continuò, ma il valzer dell’orgoglio era giunto, irrevocabilmente, alla sua fine.