— L’ho fatto quando ero giovane.
Poi arrivò il giorno dell’intervento al ginocchio.
Un’infermiera le sollevò la manica, vide il tatuaggio e cambiò immediatamente espressione.
Pochi minuti dopo entrarono un medico e due uomini della sicurezza.
— Dove ha ricevuto questo simbolo? — domandò il medico.
Mia madre impallidì.
Quando la porta venne chiusa, finalmente raccontò la verità.
A diciannove anni era fuggita da una situazione estremamente pericolosa e aveva trascorso alcuni mesi in una struttura protetta per giovani donne.
Gli indirizzi erano segreti.
Le identità venivano protette.
E quel piccolo fiore blu era stato utilizzato da alcune persone della rete come simbolo discreto per riconoscere chi aveva bisogno di protezione immediata.
Mia madre aveva poi cambiato cognome e ricostruito completamente la propria vita.
— Perché hanno chiamato la sicurezza? — chiesi.
Il medico spiegò che l’infermiera aveva collaborato molti anni prima con un’associazione collegata a quella stessa rete.
Non sapendo se mia madre fosse ancora in pericolo, aveva attivato il protocollo di sicurezza.
Nessuno voleva arrestarla.
Volevano proteggerla.
Mia madre iniziò a piangere.
— Non volevo che sapessi che ero stata una vittima.
Le presi la mano.
— Io vedo una donna che è riuscita a sopravvivere.
L’intervento andò bene.
Prima di lasciare l’ospedale, mia madre guardò il tatuaggio.
— Ho pensato tante volte di cancellarlo.
— Perché non l’hai fatto?
Sorrise.
— Perché allora significava che avevo bisogno di aiuto. Oggi significa che sono riuscita ad andare avanti.
Avevo visto quel piccolo fiore migliaia di volte.
Solo quel giorno compresi che non era il simbolo del passato da cui mia madre era fuggita.
Era il simbolo della vita che era riuscita a costruire dopo.