L’eco del tempo perduto

La vecchia bottega dell’orologiaio profumava di polvere, legno di cedro e tempo che scivolava via. Fuori dalla finestra infuriava una bufera di neve, ma lì dentro, tra centinaia di meccanismi ticchettanti, regnava una calma calda e misurata. Maestro Elia, curvo sotto il peso degli anni e della solitudine, stava lucidando il vetro di un antico orologio da tasca quando il campanello della porta tintinnò timidamente.

Sulla soglia c’era una bambina di circa otto anni. Il suo cappotto era troppo leggero per un gelo simile, e nelle mani arrossate dal freddo stringeva con forza un piccolo fagotto.

“Buongiorno,” disse. La voce le tremava, ma lo sguardo restava fermo. “Mi hanno detto che comprate oggetti vecchi.”

Elia sospirò pesantemente. Ogni giorno gli portavano cianfrusaglie senza valore, sperando di ricavarne almeno qualche moneta per il pane.

“Dipende da cosa hai portato, bambina.”

La piccola svolse con cautela il panno di velluto. Sul bancone apparve un carillon di legno intarsiato di madreperla. Era molto consumato, ma i suoi motivi conservavano ancora l’eleganza di un lavoro artigianale finissimo.

“La mamma è molto malata. Ha detto che questo è il suo tesoro più grande, ma adesso ci servono medicine,” sussurrò la bambina, abbassando gli occhi.

Il cuore di Elia perse un colpo sordo. Con mani tremanti si allungò verso il carillon. Le sue dita scivolarono sulle curve familiari del legno, cercando un minuscolo graffio nascosto agli occhi degli estranei, a forma di lettera “A”.

Sollevò il coperchio.

Invece del solito valzer, risuonò una ninna nanna lieve e struggente — proprio quella che lui stesso aveva composto e inserito in quel minuscolo meccanismo esattamente trent’anni prima.

Aveva costruito quel carillon per sua figlia Anna il giorno prima che litigassero crudelmente e lei lasciasse la casa per sempre. Per tutti quei lunghi anni l’aveva cercata, pregando solo per avere una possibilità di chiederle perdono.

Lacrime che il vecchio non conosceva più da molti anni gli bruciarono gli occhi. Alzò lo sguardo sulla bambina. Gli stessi occhi verdi. La stessa piega ostinata delle labbra.

“Come… come si chiama tua madre?” riuscì appena a sussurrare.

“Anna,” rispose la bambina, spaventata nel vedere il maestro piangere. “La conoscete?”

Elia uscì da dietro il bancone e si inginocchiò davanti a lei, stringendo con delicatezza le sue piccole mani fredde tra le proprie mani rugose.

“La conosco, piccola mia,” disse, con la voce spezzata dall’emozione. “Vieni. Compreremo subito tutte le medicine necessarie. E poi… andremo da lei. Vi ho cercate così a lungo.”

Attraverso l’ululato del vento fuori, nella piccola bottega continuava a suonare la ninna nanna. Il tempo, che li aveva separati per così tanto, finalmente si era fermato per lasciare spazio all’amore.

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